Due parole sul blog

Se pensate che qui si parli di Fate, Elfi e Creature simili, beh, avete ragione.
Quasi.
La verità è che qui la vera protagonista è la Terra, com'è o come avrebbe potuto essere se...Se l'uomo non fosse com'è, se si fosse evoluto diversamente, se le cose fossero andate in un altro modo...

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Su, su, guardate, guardate...

mercoledì 13 agosto 2014

Frammenti: "Come Polvere Nel Deserto" p. 4

(Link alle parti precedenti: parte 3 , parte 2 , parte 1 )
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L'indomani Marabel mi raggiunse mentre, persa in mille pensieri, mi dirigevo all’entrata del parco: “E se ti invitassi a casa mia?” le proposi di slancio.
Lei parve molto imbarazzata, ma le promisi un thé freddo alla pesca nel bungalow del padrone di casa e la curiosità prese il sopravvento sulla sua timida riservatezza.
“Sai, ieri guardavo la rielaborazione al computer del viso del Faraone...le conosci? Era veramente così?”
Si strinse nelle spalle: “Sono ridicole”
“...Dici?”
“Le ricostruzioni sono indicative, possono avere un certo valore se sei in presenza di uno scheletro in buono stato...nel caso del mio Faraone il naso era collassato, per esempio, e la ricostruzione vede proprio nel naso l'errore più grossolano, assieme agli occhi, che sono più piccoli...un giorno mi costrinsi, al Cairo, a guardarne la mummia, che era lì per una serie di esami.

Un ridicolo essere annerito dal bitume, dai trattamenti chimici antichi e moderni e dal tempo...un'esperienza terribile, come una coltellata! Lui era splendente. E bellissimo.
I computer sono sicuramente un mezzo importante per molti versi, ma algoritmi e modelli matematici, per quanto ne dicano i sostenitori della dea Tecnologia, sono piuttosto limitati.

Nessun modello matematico, ad oggi, è riuscito a ricostruire i suoi occhi: erano più grandi, dal taglio un po' allungato, di quel color miele bruciato. Anche il mento non torna, ma penso dipenda dall’errore del naso.
In realtà aveva un bel mento, ben scavato verso il collo, una mascella ben delineata, pur se molto armonica, non certo un mascellone, per carità! Il viso, di per sé, era più...più sottile, diciamo.”
“E la forma del cranio? Che cos'era a dare loro quello strano aspetto, così allungato...sembra quasi una malattia o qualcosa del genere”
Marabel strinse le labbra: “Ah, è una gran brutta cosa. All'origine c’era il voler mantenere i tratti tipici di qualche antenato, del ceppo reale che, forse, diede inizio alle Dinastie.
Non era naturale, ma il risultato di artifici sui neonati e, almeno per quanto riguarda il Principino, quel cranio potrebbe avergli causato diversi dei suoi problemi.
I dolori di testa, agli occhi, fotofobia...erano dovuti all’orribile abitudine di fasciare strettamente la testa ai neonati di stirpe reale perché il cranio crescesse in quel modo. In un neonato non è difficile sbagliare un minimo le misure e premere eccessivamente sul cervello.
Gli Egizi, all'epoca della XVIII° dinastia, pare non riuscissero a capire esattamente la funzione del cervello: loro consideravano il centro del pensiero nel cuore e quella roba grigiastra era una cosa di scarsa utilità pratica.

Quando ormai il Faraone era grande, avemmo una discussione sull'argomento. Lui aveva la curiosa abitudine, quando parlava di questioni importanti  riguardo la logica, la politica, o quando pensava intensamente, di toccarsi le tempie e io non capivo perché facesse quel gesto.
Così una volta glielo chiesi, lui ci rise su e poi mi disse: “Il sentimento è nel cuore, ma il pensiero è nella testa” io pensavo fosse ammattito, lo guardavo come un'idiota e lui continuò: “Sai cosa c'è qui?” disse toccando il centro della fronte.
“Certo” risposi: “La Pigna Sacra, l'Occhio di Ra” lui sorrise: “Bene. E tutto quello che c'è intorno?”

Ebbene, a quel tempo non ero più una novizia, tutt'altro! Dopo la sua ascesa al trono ed il ritorno alla vecchia capitale, avevo concluso la mia formazione ed ero diventata un'alta sacerdotessa, in un certo senso la sua Sacerdotessa personale.
Ero, come dire, il suo tramite tra ciò che è terreno e l'aspetto femminile del divino...avevo una grande cultura, ma quella domanda mi spiazzò completamente: “Serve a proteggere l'Occhio di Ra!” gli risposi.
Lui rise davvero, alla grande, mentre io lo guardavo a braccia conserte, piuttosto offesa. Quando riuscì a tornare serio, mi spiegò che quella massa morbida che i maestri mummificatori eliminavano con tanta cura era ciò che faceva muovere il corpo e costruiva i pensieri.
Mi pareva una specie di bestemmia...da lì, quel giorno, mi disse la più grande delle eresie, qualcosa che faceva sembrare suo padre un vero dilettante”
Ero folle di curiosità, a quel punto, tanto che tentai di aprire il portoncino di casa con il guinzaglio di Grigno mentre tentavo di attorcigliarmi le chiavi al polso. “C...cioèè??”
“Beh, disse...che bellissimo androne!”
“COSA????”
“No, avete un androne delizioso e la vista sul giardino rende la faccenda ancora più deliziosa”

Mi guardai attorno vacua: “Oh...ecco, io...immagino tu abbia ragione, si...ma...che ti disse?”
Posò la borsa mentre la facevo accomodare, prendevo dal frigorifero del pompelmo fresco e riempivo due enormi bicchieri.

“Disse che la cosa migliore che si sarebbe potuta fare per i defunti era bruciarne il corpo, così la loro Anima immortale sarebbe stata liberata molto più in fretta. E che, comunque, privati di cuore e, soprattutto, di quello che oggi chiamiamo cervello, i corpi non sarebbero mai, assolutamente mai, potuti tornare in vita, poi scoppiò di nuovo a ridere: riteneva che nessuno potesse essere così stupido da tornare al mondo in un corpo tutto rattrappito, bendato e ridotto come venivano trattate le mummie, sia quelle del popolo, che venivano messe sotto sabbia e subivano una mummificazione naturale, ma soprattutto le altre, quelle “serie”.
Diceva, ridendo: “Immagina se un bel giorno cadesse un fulmine dal cielo, le nubi si aprissero e dalla tomba uscissero i faraoni di qualche secolo fa. Orrendi, tutti neri e rattrappiti, con il fegato in una mano e il cuore nell'altra, le mandibole cascanti...non credo che la gente si inchinerebbe festante al loro passaggio!”
Faceva molto caldo e lui era stato male, giorni prima, per uno di quegli attacchi di emicrania che lo perseguitavano da sempre e io pensai che il malanno lo avesse rimbambito o avesse preso un colpo di sole.

Poi, all'improvviso, mi resi conto che, se quello che io pensavo fosse stato vero, allora...beh, Sua Maestà avrebbe avuto ragione! Il suo male era alla testa e i colpi di sole si curano mettendo acqua molto fredda sulla fronte, anche se il cuore può cedere. Era semplice, in fondo, eppure, a quell'epoca, era una bestemmia”
“E...bestemmiava spesso?” domandai.
Lei sorrise: “Molto. Forse la sua stessa esistenza era una bestemmia...” restammo per un po' in silenzio a gustarci la bibita ghiacciata. Marabel si guardava intorno, affascinata dalle vetrine di minerali e tampinata da Micky che fuseggiava come un tir fermo al semaforo.
“Ne hai una? Di quelle immagini, dico...”
Non l'avevo salvata, ma mi ci volle un minuto a ritrovarla, di fronte e di profilo. Ne stampai una copia e lei mi chiese se avessi della velina o un lucido, che posò sull'immagine e delineò il viso come realmente avrebbe dovuto apparire: “Ecco...non è del tutto esatto, col disegno me la cavo, ma non sono una pittrice” disse staccando il lucido dalla foto e consegnandomelo: “Wow! Che figo!” Lei sorrise, gli occhi stranamente lucidi: “Si...” sussurrò appena.

Nelle immagini c'erano due busti di terracotta che lo rappresentavano da piccino: “Ecco, vedi? Osserva l'espressione delle labbra: sono perfette, esattamente com'erano nella realtà. L'artigiano deve averlo voluto ritrarre in un momento del tutto particolare, quando ascoltava la lezione di qualche precettore. A volte questi signori declamavano verità assolute con molto sussiego, ma lui le riteneva emerite sciocchezze, così assumeva quest'espressione, con le labbra leggermente strette in disapprovazione e gli occhioni sbarrati in un misto di biasimo, perplessità e finzione di interesse. Osserva, mentre la forma del visetto, labbra e naso sono perfettamente proporzionati, gli occhi sono eccessivi, tipo manga. E sta guardando un po' in alto...era così, esattamente cosi: lui era seduto e, spesso, il precettore camminava declamando o spiegando, avanti e indietro per la stanza, così lui lo guardava con quell’espressione un po’ incredula.
Immagino che chi lo stava ritraendo volesse esagerare questo suo tratto distintivo.
Qui doveva avere più o meno sei anni...l'altro busto è più stilizzato, non è un vero e proprio ritratto, anche se somigliante, ma il nasino, si, è molto preciso e anche l'aria da...prendere in giro. Qui avrà otto anni, non di più, ma vedi il senso di autorità? Lo percepisci, perfino attraverso un pezzo d'argilla vecchio e scrostato” 

Ancora una volta, mentre ne osservavamo le immagini, così come quando mi aveva descritto la visione in cui lo aveva riabbracciato, sentivo quella corrente, quell'indescrivibile amore oceanico, totale, che mi aveva così colpita.
Forse davvero il Faraone Bambino non era un comune ragazzino precoce e intelligente, ma non doveva esserlo nemmeno lei.
Pareva che ci fosse un'energia potente tra di loro e non è un modo di dire: per quanto stessimo guardando l'immagine di una statuetta, la corrente sembrava, era, reciproca.
Pensai che, se fosse stato fisicamente lì con noi, si sarebbe creata un'onda di energia di potenza infinita.
Eppure, lei, nella storia ufficiale, non c'era, non c'era da nessuna parte...

Ce ne andammo nel bungalow con i nostri bicchieri e ci sistemammo sulla veranda. L'odore dei pini e quello del legno della casetta cullava come in alta montagna, portandoci ben lontane dal traffico e dal cemento: “Il tuo amico è stato molto in gamba a prendere e sistemare questo posto” commentò guardandosi intorno. Io ero piuttosto impaziente, continuavo a fissare lo schizzo del Faraone che mi guardava un po' ironico dal lucido sul tavolino: “Che accadde? Dopo la morte di Kiya?”

Marabel si perse per un lungo momento a guardare lo schizzo, dimenticando l'esistenza del mondo intero nel suo perdersi: “Successe quello che succede sempre...il tempo passò e la vita riprese, in un modo o nell'altro. Il Principino non parlava mai della mamma, cercava di non passare davanti alle sue stanze e se doveva, e spesso doveva, essendo affacciate sullo stesso giardino delle nostre, mi tirava per la mano guardando dritto davanti a sé, quasi di corsa, ma...beh, si attaccò a me in modo quasi morboso: non voleva mai perdermi di vista, voleva stare sempre con me e voleva che fossi io ad occuparmi di tutto ciò che lo riguardava.
Sai, pensavo che, come tutti i bambini in casi del genere, si sentisse abbandonato, avesse paura, ma scoprii che non era per se stesso che si preoccupava: aveva il terrore che potesse succedermi qualcosa. Mi proteggeva, capisci? Quel cosino alto quanto un passerotto era diventato la mia guardia del corpo!

Un giorno, mentre era con il precettore, mi allontanai e discesi alle cucine per prendergli frutta e succo di datteri.
La vecchia governante mi sbirciava con una strana espressione corrucciata e io non ne capivo il motivo. Lei sapeva tutto di quello che succedeva e sospetto che lo facesse, come dire...di mestiere, che fosse una specie di spia, insomma. Le domandai cosa non andasse e lei mi prese da parte con una scusa: “Lui ha molta paura di perderti” mi disse.
“È molto spaventato” risposi chiedendomi dove volesse arrivare. Lei fece un gesto di fastidio, mi strattonò per un braccio e mi nascose in una cantina, chiudendo la porta: “Lo sai che aveva un'altra bambinaia, vero?” annuii.
“Beh, e lo sai che fine ha fatto?” le dissi che mi era stato raccontato che era scappata per problemi con il faraone, ma lei fece una risata amara: “Di certo c'erano problemi! Se fossero o meno col faraone non lo so, ma da giorni era molto inquieta, diceva di avere paura di qualcuno e voleva andarsene. All'epoca il Principino dormiva accanto alla stanza della madre e il letto della bambinaia era nello stesso locale, accanto al muro. Una notte si svegliò per uno dei suoi mal di testa, chiamò la bambinaia, ma questa non rispondeva, così, pensando non si svegliasse, si alzò. Non era nel letto, allora il piccolo uscì nei corridoi a cercarla e inciampò in qualcosa di morbido e fradicio. Era il corpo della bambinaia, cui era stata tagliata la gola. Lo trovammo seduto in una grossa pozza di sangue che le sosteneva la testa piangendo...aveva tre anni e mezzo. Davvero troppo pochi per un fardello simile, ragazza mia, davvero troppo! E ora sua madre! Ho visto come si è legato a te! Credimi, è terrorizzato che possa succederti qualcosa...vedi di stare attenta a lui e a te stessa, che non ti veda nessuno incontrarti con quella coppia di Waset!”
Ero sconvolta dal racconto e dal fatto che mi avesse vista con i miei contatti: “Ma...sono le uniche persone che conosco, qui!” protestai: “D'accordo, ma fai attenzione. Qui spie ed oppositori hanno strani incidenti”
Tornai da lui cercando di mostrarmi normale, sorridente, ma non riuscivo a non far traballare il vassoio. Lui mi lanciò un lungo sguardo pensoso mentre lo posavo sul tavolo, si morse il labbro, poi tornò ai suoi compiti.
Più tardi, presso il laghetto, mi si arrampicò in braccio e si nascose contro di me, senza parlare. Restò così per almeno un'ora, finché arrivarono alcune ragazzine, sue sorelle e cugine e lui, infastidito, mi prese per mano e mi portò dai cavalli.
Non disse una parola, non mi chiese nulla e non parlò mai della precedente bambinaia, ma sapevo che aveva capito.

Pian piano riprese a ridere, le guardie lo facevano giocare a duellare e gli insegnavano a tirare con l'arco e lui imparava presto e molto bene. A sei anni era già capace di tirare dal cocchio in corsa con un arco piccolino, a sua misura e non so come facesse, perché la struttura della biga gli arrivava praticamente al naso, ma...beh, ci riusciva.
I cavalli erano la sua passione. Era molto bravo e riusciva a farsi capire ed obbedire senza fatica dal più selvaggio degli stalloni, anche se gli facevano quasi sempre montare il vecchio grigio su cui aveva imparato. 
A tutti i costi volle che io imparassi a cavalcare, perché voleva che potessi accompagnarlo e corressimo insieme. Non era una cosa molto comune, veramente, e all'inizio ero un po' spaventata, ma poi ci presi gusto. A otto anni era già in grado di condurre da solo la biga, con quel fisichino da giunco che si ritrovava, ma preferiva cavalcare, soprattutto crescendo, quando...quando alcuni problemi di salute iniziarono ad aggravarsi. 

Non cadde mai da cavallo, nemmeno la volta in cui uno stallone si imbizzarrì a causa di un serpente: riuscì a restare in sella e a calmarlo, anche se ne uscì sfinito e con le mani tagliate dalla briglia e conta che non aveva dieci anni, a quell'epoca!
Inoltre aveva un maestro d'armi molto abile che gli insegnava la tecnica delle lotte corpo a corpo e sapeva perfettamente come cadere.
Non gli avrebbero mai fatto affrontare un vero avversario, per carità, ma sapersi muovere e cadere erano sicuramente un modo per renderlo più robusto e dargli maggior sicurezza.
No, in nessun caso avrebbe potuto procurarsi quella frattura, in quel modo e in quella posizione. Doveva essere in piedi, fermo e con la testa girata verso il basso, ad osservare qualcosa, probabilmente una ruota o qualcosa sul terreno alla sua sinistra e lo colpirono alle spalle...”
Marabel si fermò, turbata da quel ricordo.
Per lei il ricordo era fresco, doloroso come il giorno dell'accaduto.
“Prendo dei biscotti, sennò ci vengono le rane a furia di bere té!”
Nel bungalow Franco tiene sempre una scatola di biscotti, quasi sempre delle tegole valdostane: sfiziose, leggere, non troppo dolci. Ero sicura che la mia ospite le avrebbe apprezzate.

Dopo un po' riprese il racconto: “Studiava molto, un po' per dovere e un po' perché effettivamente gli piaceva, ma mi rendevo conto spesso che, almeno riguardo determinati argomenti, ne sapeva molto di più di qualsiasi insegnante.
A volte i precettori dicevano qualcosa riguardo, per esempio, alla religione e lui spalancava gli occhi e stringeva le labbra abbassando un po' gli angoli per non ridere. Era un gesto minimo, la faccetta era più innocente del solito, ma c'era qualcosa, un luccichio birbante negli occhi che si sforzavano di restare seri, che avevo imparato a conoscere troppo bene...ed è proprio quell'espressione, tra il rimprovero e il forzatamente innocente, che l'autore del busto nel loto ha voluto rappresentare. In genere gli insegnanti non se ne accorgevano, è evidente che, nonostante lo avessero sott'occhio quasi ogni giorno, non lo osservavano attentamente come gli scultori...

Quando si stufava di restare seduto a sorbirsi le lezioni, improvvisamente cominciava ad agitarsi, come avesse un formicaio sotto il fondoschiena e poi, senza troppi complimenti, schizzava in piedi con un “permesso!” e volava via.
La prima volta che assistetti a questa scena ero arrivata da due giorni, pensai avesse dovuto correre in bagno, ma vidi il precettore alzare gli occhi al cielo e riporre le sue cose con un sospiro rassegnato, così capii che doveva esserci abituato.
Lo attesi per un po', poi, non vedendolo tornare, andai a cercarlo e lo trovai sotto un portico, seduto sulle ginocchia della madre parlare fitto fitto. Li lasciai soli, ma più tardi lo rimproverai: non doveva svignarsela in quel modo.
Lui rise e mi stampò un bacio in faccia, poi scappò a fare i dispetti ad un paio delle sorellastre.

Era adorabile e pestifero, quando voleva. Il problema è che il suo modo di combinare birichinate era così tenero e divertente che, alla fine, nessuno aveva mai il cuore di sgridarlo, a parte le sorelle più grandi e la loro corte personale. Non lo hanno mai amato, loro.
Con la maggiore, Merytaton, sembrava andare d'accordo più che con le altre, ma i loro rapporti erano piuttosto rari e tiepidi.
C'era una frattura netta tra lui, il figlio...dell'altra e loro, le legittime principesse.
Credo che Kiya si sia sentita profondamente sola, laggiù, anche se aveva al suo fianco una parte della corte.
Il piccino era dolce, simpatico, molto educato, gentile con tutti, ma era innegabilmente non un Principino, ma IL Principino: per quanto la parentela di Nefertiti e del faraone storcesse il naso, quel bambino aveva una regalità, una coscienza del suo essere il capo, assoluta, fin da piccolissimo”
Si fermò, continuando a contemplare lo schizzo che ci osservava dal tavolo.
Sembrava che, mentre mi osservava muto e silenzioso con il suo sguardo di rapidograph, i suoi occhi si riempissero di dolcezza nel guardare Marabel. Era ridicolo, naturalmente, o almeno avrebbe dovuto esserlo, se io non fossi stata mezza Valdombriana e tutto il resto.
Scrollai la testa per cancellare quella sensazione.

“Ti chiedo scusa, Eva” la voce di Marabel mi raggiunse in quel momento: “Oggi sto divagando, saltello da un argomento all'altro...”
“No, ma figurati! È tutto così incredibilmente interessante, anche a me vengono in mente milioni di domande, ma poi...beh, magari me le segno...ma, della faccenda dell'altra bambinaia...non ne hai saputo più niente? Perché la uccisero in quel modo? E che effetto, a parte volerti morbosamente proteggere, aveva avuto un simile trauma su un bambino così piccolo?”

Non rispose subito: sembrava profondamente presa da un muto dialogo con lo schizzo del Faraone.
Nient'altro che un disegno su una ricostruzione al computer, eppure avrei giurato che si parlassero...e gli occhi del disegno, nel guardarla, erano veramente colmi di tenerezza, tanto che mi sentii di troppo e mi venne un groppo in gola grosso come un tacchino.
Era uno sguardo di amore assoluto che attraversava magicamente trentatre secoli, intatto e perfetto in se stesso.

“Sai” disse dopo un po': “Era davvero complicata la vita, là.
Apparentemente tutta feste, lodi ad Aton, oro, arte, banchetti...ma perfino un inetto come Ekhnaton ad un certo punto dovette rendersi conto di esagerare, forse grazie alle insistenze del Gran Visir, tanto che, pur non rinnegando di un punto la sua religione personale, aveva imposto alle due figlie minori il nome di Ra, invece che di Aton. Cambia poco, era solo una cosa formale, ma presumo volesse mostrare una sorta di riappacificazione con l'Egitto.
In ogni caso, come ho già detto, intrighi e tradimenti erano all'ordine del giorno, vuoi per motivi religiosi, vuoi per potere o denaro, vuoi perché le cose, fuori dalla città, andavano sempre peggio, fatto sta che le morti “strane” erano piuttosto frequenti e, spesso, i corpi sparivano prima della mummificazione.
Il Principino più volte dovette assistere a cose che oggi traumatizzerebbero anche un adulto grande e grosso e presumo che si fosse creato una corazza interna, oppure...oppure fosse tanto superiore al resto dell'umanità da saper vedere cose che nessun altro vedeva.

Un giorno, una delle guardie venne attaccata da un coccodrillo.
Era strano, i coccodrilli non stavano da quella parte del fiume, ma a volte, in modo così misteriosamente provvidenziale, uno di questi grossi famelici bestioni appariva facendo sparire un dissidente o un oppositore o qualcuno di sgradito a corte.

Quel giorno portarono in una barella il corpo straziato della guardia e il Principino scese di corsa verso i portoni, fece fermare i portantini e si avvicinò. Non volevo lo vedesse, gli corsi dietro per portarlo via, ma...ma lo vidi chinarsi, senza mostrare orrore alcuno, accarezzare la testa dell'uomo e dargli un bacio in fronte, sussurrando qualcosa, forse una benedizione.
Non ero lì da molto, nemmeno un anno, credo.
Non versò una lacrima, mi prese per mano e mi portò via, ma soffriva con una compassione che non vidi mai in nessun altro.
La moglie dell'uomo ci rincorse chiamandolo e si gettò ai suoi piedi, chiedendogli di benedire la sua famiglia. Non lo fece con il faraone, non con uno dei sacerdoti, ma con lui. Lui le andò vicino e le disse qualcosa all'orecchio. Vidi la donna guardarsi attorno spaventata e annuire, ringraziandolo diverse volte.
So che poi andò a prostrarsi ai piedi della Coppia Reale.
Immagino che il Principino le avesse suggerito di non creare maggiore attrito con la corte.
Era così. A volte si comportava come un bambino, ma la maggior parte del tempo era consapevole di essere qualcos’altro. Come un...un piccolo Tulku, hai presente?” Annuii: “Un Lama Bambino? Si, ci avevo pensato...E il padre? Cambiò qualcosa nel loro rapporto?”

Lei scosse la testa: “No, per nulla, anzi, forse si fece ancora più, come dire, educatamente freddo. L'unica cosa notevole è che, alcuni giorni dopo l'assassinio di Kiya, il piccolo volle andarla a vedere.
I maestri mummificatori non volevano, il Gran Visir si oppose, ma si era veramente impuntato.
Alla fine chiesero il da farsi direttamente al faraone che venne nell'aula durante la lezione di scrittura a chiedergli cosa volesse fare.
Lo prese sulle ginocchia e lui non si scostò e gli rispose che voleva vedere la mamma l'ultima volta, ma il faraone era molto contrario: non era una cosa per un bambino di quattro anni e mezzo, disse.
Il piccolo lo fissò dritto negli occhi, regale come Ekhnaton non avrebbe potuto essere in mille vite, e rispose che nemmeno essere privato della propria madre da un assassino lo era. “La voglio vedere” disse poi sottovoce. E il faraone acconsentì.”
Avevo i brividi: “Marabel, ma da quello che ho letto, anche se il corpo era stato ricomposto, doveva essere comunque terribile, davvero! Come reagì?”
“Mi tenne stretta per mano mentre ci accompagnavano alla sala di mummificazione, poi, sulla porta, mi abbracciò e scivolò via. Tremava, ma teneva la testa alta.

Uscì poco dopo, senza una parola. Mi riprese per mano, mi portò nelle sue stanze e sedette sul letto, la testa bassa. Io sedetti accanto a lui e lui mi gettò le braccia al collo e pianse. Poi, dopo che si fu sfogato, si lavò il viso con l'acqua profumata che lasciavano per lui le ancelle, mi venne vicino e lavò con la stessa acqua anche il mio viso. Non disse nulla, non mi spiegò nulla.
Non so se volesse lavare via anche le mie lacrime per sua madre, se volesse rendermi in qualche modo sua, o se quel gesto segnasse una fine di un tempo e l'inizio di un altro, forse tutte queste cose insieme.
Poi, come ti ho già detto, non parlò più di lei per anni...e, un po' alla volta, tornò a sorridere, e il suo sorriso si fece via via meno amaro e più frequente, finché tornò a riempire le sale e i corridoi del palazzo con la sua risata argentina.

Spesso mi saltava in braccio e mi diceva: “Quando sono grande mi sposi?” e io rispondevo: “No, non potrai sposarmi! Non te lo permetteranno mai!” e lui: “Si, quando io sarò il Faraone cambierò tutte le regole e ti sposerò! Nessuno potrà impedirmelo!” io ridevo: “Ma dai, non è possibile, lo sai!” e lui, serio: “Mio cugino sarà faraone, poi io salirò al trono, perché è il mio trono ed è per questo che sono qui e quindi ti sposerò! Mi vuoi sposare, Is?” rabbrividivo quando mi faceva quei discorsi e allontanavo quel pensiero perché, man mano che lui cresceva, mi rendevo conto di accarezzarlo come un sogno anche mio, ma sapendo che non sarebbe mai stato possibile, non volevo che diventasse per me troppo struggente.
Lo ripeteva spesso, a volte canzonandomi per la mia ritrosia, ogni giorno un po' più grande, ogni giorno un po' meno bambino, ogni giorno un po' più pericolosamente più vicino all'essere, se non uomo, quantomeno ragazzo.
Cambiava il suo sguardo, il suo modo di accarezzarmi con gli occhi, che sempre più spesso erano troppo adulti, troppo antichi.
A poco a poco smise di riderci su e saltarmi intorno, e iniziò a sussurrarlo con la fronte contro la mia. “Mi sposi quando cresco, Is? Mi aspetti?”
Era piccolo, ancora, ma mi dava il capogiro...lo adoravo e questo mi spaventava.

Intanto diverse delle sue sorelle morirono, in varie circostanze. Le due più piccole, quasi all'improvviso, forse di febbri.
Nefertiti era imparentata con il marito, per cui presumo che i geni delle figlie traboccassero di recessivi rari...so che una delle sorelle non cresceva, era sempre piccola: aveva il doppio degli anni del Principino, ma era alta come lui. Presumo che semplicemente non potesse sopravvivere a lungo.

Poi morì la Sposa Reale. Secondo le credenze ufficiali quando il Principino aveva tre anni, ma io ti dico che ne aveva almeno sette...in effetti, non so perché siano tutti così convinti dell'esattezza delle date in un periodo così confuso! No, lui era nato prima e lei è morta dopo.
Non so di cosa, perché in quel periodo era in lutto, non la si vedeva in giro, poi scomparve e il faraone si preparò a sposare la figlia maggiore, mettendo al proprio fianco il nipote, al posto della Reggente. In ogni caso, io non riuscii a dispiacermi per lei. Per tutta la vita covai il sospetto che ci fosse la sua mano dietro la morte di Kiya e vedere quelle donne cadere come canne sotto la falce di un mietitore, mi dava semplicemente l'idea di una volontà divina a portare giustizia.”
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"...lui spalancava gli occhi e stringeva le labbra abbassando un po' gli angoli per non ridere***ed è proprio quell'espressione, tra il rimprovero e il forzatamente innocente, che l'autore del busto più piccolo ha voluto rappresentare."
"...Qui avrà otto anni, non di più, ma vedi il senso di autorità? Lo percepisci, perfino attraverso un pezzo d'argilla vecchio e scrostato.”


(...continua link p.:5)

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